venerdì 29 gennaio 2010



Domani si terrà la
Giornata dedicata alla Costituzione.

Appello di Oscar Luigi Scalfaro:


"Nella mia qualità di presidente dell’Associazione ‘Salviamo la Costituzione: aggiornarla non demolirla’, nata dal Comitato che promosse il referendum costituzionale del giugno 2006, esprimo soddisfazione per le numerose iniziative e manifestazioni di sostegno alla Costituzione repubblicana e alla sua perdurante attualità, organizzate in un momento nel quale essa è nuovamente esposta sia al rischio di proposte di revisione non rispettose dei suoi valori e del suo impianto fondamentale, sia a una strisciante e quotidiana inosservanza dei suoi principi (prima di tutto quello dell’equilibrio tra i poteri costituzionali e dell’autonomia e indipendenza della funzione giurisdizionale). D’intesa con il direttivo di “Salviamo la Costituzione”, che si è riunito a Roma il 26 gennaio, invito i comitati locali della nostra associazione a partecipare a queste iniziative.

Invitiamo, in particolare, a sostenere l’iniziativa, promossa autorevolmente dai presidenti emeriti della Corte costituzionale Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky sotto l’egida di un gruppo di associazioni e movimenti della società civile, per la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare tendente a integrare la festa nazionale del 2 giugno con un riferimento esplicito alla Costituzione, così da ridefinirla come festa della Repubblica e della Costituzione.
E’ un modo per sottolineare lo stretto legame, storico e istituzionale, tra i due momenti fondanti della nostra convivenza civile, e per ricordare che la Costituzione è e resta un sicuro punto di riferimento della grande maggioranza degli italiani, al di là delle divisioni politico-partitiche, come è stato confermato dal netto risultato del referendum del 25-26 giugno 2006 e da recenti sondaggi di opinione.
La Costituzione può naturalmente, come essa stessa prevede, essere aggiornata e modificata, in modo da adeguare gli strumenti della nostra democrazia al mutare della realtà storica, politica e sociale: ma ciò deve avvenire in coerenza con i suoi principi e i suoi valori, anzi al fine di meglio attuarli e inverarli, e senza stravolgere il suo impianto fondamentale, che è garanzia dei diritti di tutti e di ciascuno e della effettività della nostra democrazia.

Chiediamo infine ai nostri Comitati regionali e locali di valutare, in vista delle prossime elezioni regionali, l’opportunità di invitare tutti i candidati alla carica di presidente della Giunta regionale a sottoscrivere un documento col quale essi si impegnino - in caso di approvazione parlamentare di modifiche costituzionali che stravolgano i principi, i valori e l’impianto fondamentale della nostra Costituzione - a proporre al loro Consiglio regionale di esercitare la facoltà costituzionalmente prevista di promuovere il referendum previsto dall’art. 138 della Costituzione."

Oscar Luigi Scalfaro

lunedì 25 gennaio 2010

non voglio più vivere alla luce del sole


«Sviluppando un senso della propria identità tangibile e indipendente, le nuove generazioni di coreani erano in grado di entrare in contatto con "estranei" dalle idee simili che provenivano dall'esterno delle loro reti sociali ristrette. D'altronde, non è la funzione religiosa o la teologia che oggi avvicina i coreani alla Chiesa, ma i contatti personali e civili che questa favorisce: vendite di beneficenza, cene collettive e prove per il coro. Oggi molti coreani dicono di frequentare la chiesa non per fervore religioso o per pregare per la misericordia di Dio, ma semplicemente per vedersi con gli amici e, soprattutto tra i maschi, stabilire nuovi contatti di lavoro. La chiesa è diventata uno spazio sociale attivo e festoso tra la casa e l'ufficio. "Utilizziamo la chiesa come una specie di circolo sociale" mi spiega Han Seung-mi, che insegna all'Istituto di Studi Internazionali dell'Università di Yonsei. Il sentimento religioso sembra essere secondario. "Non c'è neanche bisogno di essere credente per farne parte. Si va lì per incontrare altre persone e stabilire contatti".»

michael zielenzinger
non voglio più vivere alla luce del sole - il disgusto per il mondo esterno di una nuova generazione perduta

Questo sguardo attraverso gli occhi di un sociologo ebreo americano sull'oriente, penso abbia molto da dire anche all'imperialistico occidente...
A ognuno il proprio esame di coscienza.

giovedì 14 gennaio 2010

Vivere e morire secondo il "Vangelo" - ENZO BIANCHI ( "La Stampa", 15 Febbraio 2009 )

Pubblico con quasi un anno di ritardo questo bel testo di Enzo Bianchi a proposito del fine vita.

"C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare", ammoniva Qohelet, così come "c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire...". Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata: anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui. Soprattutto si è avuto l’impressione che l’insieme della nostra società non avesse certezze condivise sulla scansione dei diversi "tempi" e sul significato dei diversi verbi usati da Qohelet a indicare lo scorrere dell’esistenza umana: quando è "tempo" per questo o per quell’altro? E cosa significa parlare, morire, uccidere, guarire? Uno smarrimento di senso condiviso che ha coinvolto anche parole forti attinenti ai principi fondamentali dell’etica: dignità, libertà, volontà, rispetto, carità, vita...
Le settimane appena trascorse saranno sicuramente ricordate come "giorni cattivi" da molti cristiani, ma anche da molti uomini e donne non cristiani che tentano ogni giorno di rinnovare la loro ricerca di senso, soprattutto attraverso la faticosa lotta dell’amare in verità e dal lasciarsi amare da quanti sono loro accanto. "Giorni cattivi" è un’espressione biblica che indica tempi privi di una parola da parte di Dio, da parte dei suoi "profeti" e quindi anche privi di parole umane sincere, vere, autentiche: tempi in cui si fa silenzio per non aumentare il rumore, la "rissa", l’aggressione nella comunità umana e per evitare che parole sensate vengano "triturate" insieme alle insensate e non si riesca poi più a recuperarle per giorni migliori. Per questo molti hanno preferito il silenzio. Da parte mia confesso che, anche se il "direttore" di questo "giornale" mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio, anzi, soffrire in silenzio, aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.
Attorno all’agonia lunga diciassette anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una "gazzarra" indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – "assassini", "boia", "lasciatela a noi"... – senza pensare a Gesù di Nazaret che quando gli hanno portato una donna gridando "adultera" ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: "Donna (non "adultera"), neppure io ti condanno: va’ e non peccare più"; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla "ladro, assassino!" al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il "supplizio". Che senso ha per un cristiano recitare "rosari" e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?
Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la "strumentalizzazione" politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità "profetica", ma sarebbe ridotta a "cappellania" del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.
È avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella "polis" e, va detto, anche nella Chiesa. Da questi "giorni cattivi" usciamo più divisi e non certo per quella separazione in nome di Cristo che, con il comandamento nuovo dell’amore da estendersi fino ai nemici, può provocare divisione anche tra genitori e figli, all’interno della famiglia o della "casa" di appartenenza. Abbiamo invece conosciuto divisione in nome di quel male che affligge l’umanità e che trasforma la diversità in "demonizzazione" dell’altro, muta l’avversario in nemico, interrompe o nega il confronto e il dialogo, dando origine a posizioni ideologiche capaci di violenza prima verbale, poi fisica e sociale. Da un lato il "fondamentalismo religioso" che cresce, dall’altro un "nichilismo" che rigetta ogni etica condivisa, fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla "barbarie".
Per chi come me ha pensato di dedicare tutte le fatiche alla ricerca del dialogo, del confronto, del faticoso cammino verso la comunione, innanzitutto nello spazio cristiano e poi tra gli uomini, e in questo sforzo sentiva di poter rendere conto della speranza cristiana che lo abita e di annunciare il "Vangelo" che lo anima, questi giorni sono davvero cattivi. Come ignorare anche gli altri segni di "barbarie" cui stiamo assistendo in questa amara stagione? Leggi che chiedono ai medici di segnalare alle forze dell’ordine la presenza di clandestini che necessitano di cure mediche, vanificando così il diritto alla salute riconosciuto a qualunque essere umano; episodi ormai ricorrenti di giovani e ragazzi che danno fuoco a immigrati o a mendicanti; "senzatetto" di cui si prevede la "schedatura" mentre li si lascia morire di freddo; esercizio della violenza in "branco" verso donne o disabili...
Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’"Osservatore Romano" ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo "direttore", il tono e la frequenza degli interventi – di evitare "strumentalizzazioni" da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti "mass media" in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è "agonia", lotta dolorosa, perfino "abbrutente" a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai "macchinari"...
Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una "preda": nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: "Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato...". Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un "sì" che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel "faccia a faccia" temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini "santi", di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’Eucarestia, quanti hanno recitato il "Nunc Dimittis", il "lascia andare, o Signore, il tuo servo" come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con Colui che hanno tanto cercato... Negli anni più vicini a noi, pensiamo al Patriarca Athenagoras I e a Papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due Vescovi, due Capi di Chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla "chiamata" di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.
Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la Chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un "vociare" indegno. La Chiesa Cattolica e tutte le Chiese Cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.
Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella "risurrezione" possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la "lettera pontificale" di Paolo VI indirizzata ai "medici cattolici" nel 1970: "Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la ‘rianimazione vegetativa’ nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della ‘passione’ di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita".
Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.

martedì 7 aprile 2009

questa è meglio della suora

Via Irnerio (BO) alle 9 del mattino.
Lo slalom quotidiano del studentello/lavoratore modello è tra le cacche dei dissenterici per caso e gli "ehi amico, batti un 5" dei venditori ambulanti...
(già... per molti non vi è alcuna differenza... sigh...)
Oggi imprevisto:
ottantenne in sedia a rotelle motorizzata
apparentemente immobile
ma le dita della mano dovevano funzionarle benissimo vista la velocità a cui aveva lanciato la sua carrozza!
e....
.....venti metri più tardi....
ventenne asiatica corre affanata dietro la nonna sprint che con lesta padronanza del mezzo scansa le cacche e centra gli studenti più invorniti (i venditori ambulati erano già svegli da un po' e non si lasciavano certo sbeffeggiare da questa simpatica vecchietta)!
:D

lunedì 6 aprile 2009

effetti evangelizzatori de l'Unità

Sull'autobus.
l'Unità alla mano.
Mi si siede accanto una suora.
Sta a guardarmi per un po'...
Poi prende coraggio.
Estrae dalla borsa una fotocopia e,
titubante,
mi chiede:
"Scusi, le posso lasciare la Consacrazione a Maria?"
"Certo!"
Continua a guardarmi mentre la scorro con lo sguardo.
"Vede... c'è anche il sito"
In fondo infatti vi era il link al sito delle missionarie di padre Kolbe.
Era evidente dall'abito indossato dalla suora che non si trattava di una missionaria dell'Immacolata...
"Ma lei non è una missionaria di padre Kolbe, vero? E' in visita alla comunità di Borgonuovo?"
...
Questa domanda deve averla spaventata... perché ha iniziato a balbettare sottovoce "no no... io... no... è solo che... è una bella preghiera... no no... io non sono di padre Kolbe... l'ho trovata e... è una bella preghiera..."
Non mi è ben chiaro il motivo per cui la mia domanda l'abbia così allarmta però questo è stato sufficiente
1) a farle togliere i panni della brava evangelizzatrice che deve salvare una CominustaMangiaBambiniLettriceDeLUnità
2) per fare il largo attorno a noi in quell'autobus stipato in cui non si respirava più.

Non sono ben sicura che gli editori de l'Unità siano consapevoli di questi effetti di evanglizzazione spontanea che il loro quotidiano produce su certi cristiani perbene...

Quest'episodio fa sorridere... certo... ma...

...il potere dell'immagine!

Solo io provo una profonda tristezza nel constatare che persone che si sentono chiamate a portare la propria fede ad un livello di profondità che va oltre l'ovvietà e desidera arrivare quantomeno ad intravedere un punto di verità si lascino abbindolare dagli schemi immediati dell'immagine?
E' la fragilità umana questa che ovviamente si riscontra in tutti gli ambiti a qualunque livello, o... stiamo sbagliando qualcosa?

lunedì 9 febbraio 2009

compagno di viaggio

Sezione 0. Premessa

Doveroso premettere che prima di pubblicare questo post ho chiesto il permesso al suddetto compagno di viaggio.

Sezione 1. Il bagalio a mano, questo grande sconosciuto.

Andata

Poliziotto addetto al controllo bagagli rivolgendosi al mio compagno di viaggio:
-- Scusi è suo questo zainetto?

Pensieri dell'ale:
Mi sembrava di essere stata coì scrupolosa... eppure gli avevo detto proprio tutto quello che non si poteva portare nel bagalio a mano... anche le cose più assurde... Mah... chissà cosa mi sono dimenticata di dirgli...

-- Sì sì è mio.

Poliziotto con fare tra il serio e lo scanzonato infila la mano nello zainetto e, a colpo sicuro, estrae un coltello a serramanico sguainato di una spanna....

In effetti non avevo pensato di dirgli che sciabole, bazuca, bombe all'idrogeno o comunque qualunque oggetto atto al dirottamento dell'aereo non si poteva portare...
Che sbadata che sono......................


Ritorno

-- Scusi, è suo questo zainetto?

Ecco... chissà cosa mi sono dimeticata ancora di dirgli... Eppure stavolta gliel'ho detto che le armi di distruzione di massa non si possono portare... sì sì... gliel'ho detto... ne sono sicura!

Il nostro poliziotto infila una mano nello zainetto e questa volta estrae una bottiglietta d'acqua.

Te l'avevo detto che i liquidi non si possono portare! Stavolta te l'avevo detto!!!

-- Lo sa che l'acqua non si può portare?

Ma stavolta il mio compagno di viaggio, dopo aver già dovuto immolare un coltello a serramanico all'andata, non vuole assolutamente rischiare questa volta di abbandonare una minaccia di arma chimica e replica:
NON SI PREOCCUPI, DIA QUA! LA BEVO TUTTA!

!!!!!!!!!!!!!!!

Beh... meno male che eravamo in Europa... Negli Stati Uniti non si sarebbero limitati a strappargli rapidamento la bottiglietta di mano e a spiegargli, seppur con tono sostenuto e tendente all'inviperito, che non poteva nemmeno berla perché c'era il rischio che fosse un pericoloso terrorista che stava per far saltare per aria tutto l'aereoporto... Negli stati Uniti, se gli andava bene, un interrogatorio dal servizio di polizia non glielo avrebbe tolto nessuno... (e alla sventurata accompagnatrice cosa sarebbe capitato?)

Sezione 2. Rampe di lancio, zone fumatori

Andata

Autobus che ci accompagna dall'aereoporto all'aereomobile.
Il mio compagno di viaggio è già da almeno 40 minuti che non tocca sigaretta...

Pensieri dell'ale mentre il suo compagno di viaggio estrae il tabacco dalla borsa:
Forse ha pensato di iniziare a preparasene una perché il semplice contatto delle dita col tabacco lo consola un po' per l'abbassamento di percentuale di nicotina a cui questa astinenza lo sta sottoponendo?


Scendiamo dal bus.
Mi incammino sulla scala per l'aereo perdendo di vista il mio compagno di viaggio.
Le urla improvvise del custode di volo a terra che sento provenire dal fondo della scala provano inequivocabilmente che l'ale si era sbagliata...

Ritorno

Ultimi minuti di discesa dell'aereo.
Tutti spiaccicanti contro al seggiolino per la forte decelerazione ed impegnati a stapparsi le orecchie doloranti per l'aumento di pressione esterna.
Il mio compagno di viaggio (la cui paura di volare vi risparmio) riesce a prendere la borsetta da sotto il seggiolino, estrae la sua cartina, il suo filtrino e il suo tabacchino.

Decido che è opportuno ricordargli che in aereo non si può fumare...

Sì Sì NON PREOCCUPARTI, FACCIO SOLO PER RILASSARMI - mi risponde.

Scendiamo dall'aereo. Vedo una guardia di terra venirci incontro con sguardo allibito scossando la mano in quel gesto tipicamente italiano che si compie unendo tutte e cinque le dita solitamente rivolti verso qualcuno che sta facendo qualcosa di incomprensibile...
Non capisco cosa stessi facendo di così strano,
mi giro verso il mio compagno di viaggio
e lo vedo a mani alzate che pronucia un concitato "Sorry sorry" (chissà poi perché in inglese visto che eravamo in Italia) mentre lancia la sua opera d'arte realizzata durante la discesa dall'aereo nella prima pozza davanti a lui...

Sezione 3. Epilogo

C'è chi sa fare di meglio di me agli aereoporti!

giovedì 22 gennaio 2009

certe cose capitano solo a me

Sono in Costa Azzura per alcuni giorni alle solite a far finta di lavorare...

A parte che ho beccato lo sciopero delle ferrovie francesi,
a parte che qua c'è un caldo primaverile e io sono bardata stile 2m di neve,
a parte che ho ipiegato una mattina intera a trovare la fermata del mio bus,
a parte che il conducente mi ha fatto scendere un km prima della mia fermata,
a parte che ho aspettato il bus del ritorno per un'ora alla fermata sbagliata...

è successa un cosa divertentissima che non posso proprio fare a meno di raccontarvi:

Questa mattina ero libera, decido di fare un giretto per questa cittadina davvero carina.
Incappo nella cattdrale.
Entro.
E' deserta.
Ne approfitto per fermarmi a pregare un po'.
C'era silenzio assoluto.
Non so dirvi quanto sia durato.
Tutto ad un tratto si accendono tutti gli altoparlanti della cattedrale!
il volume è altissimo!!
la musica è quella di un valzer...
dopo i primi accordi iniziali partono le parole:

"Una mattina,
mi son svegliato,
O BELLA CIAO, O BELLA CIAO, O BELLA CIAO CIAO CIAO........"

.............
l'hanno cantata tutta
.............

Era da parecchio che non mi divertivo così tanto!

Finita questa è partita un'Ave Maria...